Archiviazioni mensili: dicembre 2011

Cambio di scena

Cambio di scena

Era la prima volta che recitavo quella parte. Alle prove la interpretavo sempre con poco entusiasmo,e lo stesso accadde nelle prime scene della serata del debutto. Il punto è che il personaggio non mi somigliava per niente. Lui era spavaldo, imprevedibile, coraggioso. E io no. Per non parlare dei costumi di scena: ingombranti, appariscenti, colorati. Tutto quello che non ero io. Gli stivali per esempio. Gli stivali erano simili a quelli che indossavano solitamente i cattivi nei film. Quelli che quando camminano ed entrano in un saloon si sentono gli speroni che stridono sul pavimento, e tutti si girano a guardare, impauriti, chiedendosi quale possa essere la prossima mossa. La mia parte però non era quella del cattivo.

Dovevo essere sorprendente e carismatico. Io dovevo far muovere il mio personaggio velocemente sulla scena, a testa alta, come se niente intralciasse il suo passo. Il pubblico doveva sentirsi attratto dalla sua figura.

Ma devo esser sincero, all’inizio non andò proprio così. Quando salii sul palco potevo percepire le aspettative del pubblico nei suoi riguardi. A malincuore, non potei soddisfarle. Recitai semplicemente la mia parte, così come mi era stato detto. Mi impegnavo anche, cercando di calcare i passi, o di alzare la voce, di rendere sonora la mia risata. Ma io non sentivo il personaggio, non potevo rendere al meglio qualcuno che non ero.

Anche gli spettatori si impegnavano, tentavano di rimanere concentrati su di lui. Difficilmente ci riuscivano, infatti li scorgevo nella platea mentre sbadigliavano o parlottavano tra di loro. Chissà nei palchetti poi, cosa succedeva. Magari qualcuno decise persino di andar via, troppo annoiato e deluso da un’interpretazione piatta, che non trasmetteva niente.

D’altra parte, io ero sinceramente dispiaciuto. Un attore che delude il suo pubblico, non è proprio il massimo.

Fu mentre avevo la pipa in bocca e camminavo avanti e indietro sul palco che partii con la decisione di farmi piacere il personaggio. Il copione voleva che in quel momento indugiassi un istante davanti alle finte finestre del salotto. Esitai per qualche secondo in più, mettendo a fuoco il mio lieve riflesso nel  vetro. Mi accorsi che dopotutto il giaccone che portavo non era così grande e il mio maglioncino non sembrava più di un verde troppo acceso. Persino gli stivali erano più piccoli. Fui soddisfatto della mia figura, tanto che stesi il colletto della maglia e mi impettii un po’. Il gesto non era parte della sceneggiatura, ma non stonava affatto, né nell’uomo che interpretavo, né  tantomeno nell’uomo che ero. Così il personaggio lentamente iniziò ad assorbire parti di me. Cominciò dalle braccia: le mie mani disegnavano movimenti ampi nell’aria, in maniera altezzosa e spavalda. Poi passò alle gambe. Le sentivo più leggere, ma contemporaneamente i tacchetti degli stivali emettevano un rumore che riempiva il teatro, rimbalzava sulle pareti e tornava a me, sempre con la stessa intensità. Fu di nuovo il turno delle mani, il modo in cui si poggiavano sulle spalle degli attori, la forza con cui stringevano altre mani. Anche la voce si fece più profonda e le mie espressioni più naturali.

Era un cambiamento repentino, impercettibile.

Poi ci fu un momento molto particolare.

Sapevo bene cosa dire e come atteggiarmi in quella battuta, l’avevo studiato costantemente per un mese intero, con la mia tipica diligenza. Ma aspettai qualche secondo in più prima di pronunciare le prossime parole. Al pubblico erano sembrati minuti interminabili. Non mi ero ancora accorto che gli spettatori erano concentrati di nuovo su di lui ( o su di me?). I loro occhi seguivano i miei movimenti in attesa che la frase decisiva arrivasse. Erano intrepidi, impazienti. Io non avevo mai fatto aspettare nessuno, non avevo mai deluso le speranze di qualcuno né avevo concesso il beneficio del dubbio.

La prima parte dell’opera si concluse con gli applausi sentiti del pubblico. Quando calò il sipario decisi di non tornare in camerino, per paura che quella fusione tra me e il personaggio si perdesse. Rimasi seduto sulla poltrona da dove avrei ricominciato il secondo e ultimo atto. Quando le tende tornarono su, notai da parte del pubblico un certo compiacimento nel ritrovarmi sul palco. Per i miei colleghi invece fu un precipitare di eventi. Leggevo lo sgomento nei loro pensieri; non riuscivano più a rispondere alle mie battute perché cominciai a modificarle completamente. Loro cercavano di riportare il tutto al copione originale, ma io cambiavo sempre rotta, costringendoli a improvvisare discorsi strambi. La scena diventò esilarante. Mi divertivo solo io. Il pubblico era smarrito, infastidito. Tra le prime file ci furono un paio di persone che lasciarono la platea scuotendo la testa. Emozioni mai provate prima mi invasero il corpo e i sensi. L’opera terminò senza un vero finale, perché io avevo deciso così. Nel momento dei ringraziamenti, il pubblico applaudì calorosamente tutti gli attori. Tranne me. Quando salii per l’ultima volta sul palco i loro battiti di mani erano molto incerti, e finirono in pochi secondi. Io continuavo a sorridere e a inchinarmi mentre il sipario già scendeva. Calò su una vecchia opera durata 25 anni. Infine mi stesi sul pavimento, e sorrisi soddisfatto al mio nuovo me stesso.

 

 

Il mostro si sgretola

Il mostro si sgretola

Consiglio di leggerlo, a chi lo farà, ascoltando questa canzone http://www.youtube.com/watch?v=Jg4YjAGwITY il cui testo è a destra e che mi ha ispirato questa specie di racconto.

Buona lettura :)

Trema qui di fronte a me,

stringe i pugni per non piangere.

Chiude gli occhi e pensa che sia solo un incubo distante.

Finge di essere così dura, forte, senza lacrime,

ma io so che è fragile e per questo lei odia me.

Alice si sedette sul sofà in silenzio. Teneva lo sguardo basso sulle sue mani che a stento rimanevano ferme. Avrei voluto abbracciarla, ma non riuscivo a staccarmi dalla sedia. Non ricordavo nemmeno più perché ci trovassimo così, muti l’uno di fronte all’altra in attesa che qualcosa accadesse.

Strinse i pugni e in un attimo inchiodò i suoi occhi nei miei; erano ardenti come sempre. Ma non di passione, bensì di rabbia. Rabbia e delusione. Sembrava volesse dire qualcosa, ma le lacrime stavano per irrompere sul suo volto, così chiuse le palpebre e alzò lo sguardo al soffitto.

Nella mia testa la sua voce delicata continuava a ripetermi le parole di tanti anni prima, quando stesi sullo stesso divano dove lei in quel momento sedeva immobile, mi spiegò cosa fossi io per lei. Anche allora i suoi occhi erano lucidi, ma per un’altra emozione, la gioia di avermi accanto mista alla paura di perdermi. Mi aveva pregato di non lasciarla mai, perché era nulla senza me, fragile, indifesa. E io gliel’avevo promesso che sarei sempre stato lì per lei, che mai l’avrei abbandonata.

Ma quel giorno lo stavo facendo. E lei mi odiava, perché avevo tradito la promessa, perché dalla sua pelle affiorava quella fragilità che aveva sempre cercato di nascondere; ma il suo corpo la tradiva

Schiantami addosso sorrisi di vetro,

raschiami al volto e se ne vuoi ancora,

con lame d’argento abbatti il mio corpo..

Il mostro si sgretola

Io ero ancora fermo. Ascoltavo la sua furia. Pezzo dopo pezzo, le sue parole distruggevano una parte di me. Con uno scatto si era alzata, sul volto aveva un sorriso vitreo, malinconico. Come se stesse ricordando qualcosa che sapeva con certezza non sarebbe tornato mai più. Di riflesso mi alzai anch’io; feci qualche passo verso lei. Poggiò la mano fredda sul mio braccio per allontanarmi. Era una lama d’argento che infliggeva un’altra ferita su di me. Ecco che un’altra parte della mia armatura cadeva al suolo. Ero sempre meno capace di lottare, sempre più pronto ad arrendermi.

Gravitano intorno a lei,

pianeti oscuri che conquisterà

per poi farne casa se,

se non troverà un altro me.

Finge di essere così dura, forte, senza nome,

ma io so che è fragile e per questo lei odia me..

Con le dita tamburellava insistentemente sul piano. Lo suonava quando era pensierosa, per distendersi. Adagiava i pensieri sui tasti e li accordava in meravigliose melodie. Io di solito la ascoltavo dall’altra stanza, non sopportava di avere anche un solo spettatore. In rare occasioni mi concedeva di sedere accanto a lei; ma non mi guardava mai, osservava solo i suoi pensieri trasformarsi in note. Fissavo le dita lunghe e rapide correre da un tasto all’altro, quelle dita che mi avevano sfiorato, accarezzato, stretto, e che quel pomeriggio invece segnavano le distanze tra noi.

Per un attimo pensai che si sarebbe seduta e avrebbe suonato. Ma i pensieri erano troppo oscuri perché potesse suonarli. Li percepivo girarle intorno come pianeti e lei si sforzava di contrastarli affinché non si impossessassero della sua mente. Ci sarebbe riuscita. Una volta andatomene, li avrebbe sottomessi al suo volere, li avrebbe controllati. In quel momento però, non ne era in grado. Le sue difese erano basse, e quanto più io la vedevo in tutta la sua trasparenza, tanto più voleva celarla, e tanto più mi odiava.

Schiantami addosso sorrisi di vetro,

raschiami al volto e se ne vuoi ancora,

con lame d’argento abbatti il mio corpo..

Il mostro si sgretola..

Schiantami addosso sorrisi di vetro,

raschiami al volto e se ne vuoi ancora,

con lame d’argento abbatti il mio corpo..

Il mostro si sgretola..

Esplose. Tutto ciò che teneva dentro si schiantò sul mio corpo. Le lacrime scivolavano in piena sulle sue guance. Mi venne incontro e batteva violentemente le mani sul mio petto, a volermi annientare. Di nuovo ero immobile sotto i suoi colpi, potevo solo incassarli. Urlava, mi tempestava di domande. Mi supplicava di rimanere e poi sperava che me ne andassi. Intanto le sue lame erano sempre più avide di fronte a un corpo inerte. Non potevo crollare proprio in quel momento, ma tutti i miei sforzi erano diventati inutili. Con un braccio le bloccai le mani prima che colpissero ancora. Alice sollevò lo sguardo. Gli occhi erano rossi, stanchi. Ebbe ancora un sussulto, poi pianse lacrime calde. Calde come le mie che cominciavano a cadere, portando con loro l’ultimo brandello della mia corazza. Poi poggiò la testa sul mio petto.

Potevamo guardarci entrambi dentro.

Continuammo a piangere in silenzio, abbracciati.

Mi vedi ora?

Mi vedi ora?

Mi vedi ora?

Mi vedi..

Il tuffo

Il tuffo

Katia chiuse la portiera e si tuffò sul sedile, distendendosi un po’. Paolo era già al voltante, la musica gli rimbombava ancora nella testa.
Al finestrino si avvicinò Luca, un po’ brillo, e disse: “Cornetto in via Piave? Offro io”. Con un’occhiata di intesa Paolo e Katia accettarono la sua proposta.
“Bene, allora ci vediamo direttamente lì” concluse Luca, e si diresse fischiettando verso la sua auto.
Paolo partì, l’orologio sul cruscotto lampeggiava le 4.23; Katia si mise a sedere: “Questa festa mi ha distrutta, non mi alzerò mai in tempo per la lezione domani”. Poi abbassò il parasole e si guardò allo specchio. “Ma come sono conciata?” chiese più a se stessa che a Paolo, il quale le rispose con un sorriso stanco. Ciuffi di capelli biondi le fuoriuscivano dalla treccia impeccabile di qualche ora prima; la matita nera aveva formato un alone nero sulle palpebre.
“E i miei occhi! Guarda i miei occhi!” esclamò a Paolo.
“Dai su, sembri solo un piccolo panda” le disse, e rise con un po’ più di forza. Era visibilmente stanco. Katia si finse offesa per un momento, in seguito riprese a guardarsi allo specchio. Il rosso intenso del rossetto era svanito dalle sue labbra, consumatosi ormai sulle  guance e le mani di Paolo, così prese la borsa tirando fuori il rossetto. Lo ripassò accuratamente sulla bocca, fermandosi ogni volta che Paolo beccava in pieno una buca sulla strada. Guardò la sua piccola opera mordendosi il labbro e poggiò il rossetto sul cruscotto. Infine si ripulì le palpebre, e gli occhi chiari spuntarono di nuovo fuori.
Paolo le lanciò un rapido sguardo e commentò: “Ora va molto meglio”. Lei gli strinse la mano che teneva sul cambio e sorrise: “Grazie tesoro.”
Luca era già al bar quando Paolo e Katia arrivarono. Sul tavolino fumavano tre cornetti appena sfornati; l’odore di crema e cioccolato era diffuso in tutto il locale, le luci basse creavano un’atmosfera molto accogliente. I tre amici gustarono lentamente i loro cornetti, discutendo di tanto in tanto della festa.
“Direi che questa serata si può concludere così, no?” esordì Katia, e interpretò gli sguardi un po’ assopiti dei due ragazzi come un cenno affermativo. Poi, rivolgendosi a Paolo, continuò: “Vuoi che guidi io? Sei molto stanco”. Paolo, tentando di sembrare più sveglio, rispose “Non preoccuparti, ti porterò a casa sana e salva”. Quindi si salutarono per l’ultima volta e tornarono in auto.
Il viaggio dal bar fino a casa di Katia fu tranquillo, silenzioso. Lei quasi dormiva sul sedile; quando scese dalla macchina prese la borsa e augurò la buonanotte a Paolo con un bacio sulle labbra.
Paolo aspettò che la sua ragazza chiudesse il portone dietro di sé, poi ripartì. Teneva un’andatura lenta, rilassante. Decise che la radio poteva tenergli compagnia, così la accese e cominciò a canticchiare. Girò in direzione del lago, come al suo solito, per guardare il riflesso della luna nell’acqua scura, densa, profonda.
La luce opaca dei lampioni lo seguiva rimanendo sempre un passo indietro. Paolo la fissò per un attimo ipnotizzato, sentendo la fiacchezza avanzare sempre più, fino a rendergli pesanti le palpebre. Allora si concentrò di più sulla strada. Strinse le mani al volante e spalancò gli occhi. Di nuovo la vista si annebbiò per un momento ma una fossa nel terreno sabbioso che costeggiava il lago lo fece sobbalzare, richiamandolo all’attenzione. Girò ancora verso il ponte che divideva a metà il lago. Le macchine che vagavano per la città erano poche, sembravano passerotti in cerca della strada per tornare al loro nido. Di tanto in tanto uno schiamazzo rompeva la quiete che aleggiava sull’acqua piatta.
All’improvviso però un silenzio quasi surreale circondò interamente Paolo, il quale non era più in grado di governare il suo corpo, e seppure tentava di opporsi, era inutile. Chinò la testa e gli occhi gli si chiusero per un attimo; quando li riaprì si accorse senza un minimo di razionalità che la ringhiera del ponte gli stava andando incontro. O era lui che andava incontro alla ringhiera? Aveva perso ogni  briciola di lucidità, il sonno ormai aveva preso il sopravvento. Gli sembrava che tutto si svolgesse al rallentatore e lui era solo lo spettatore di un sogno. Sì, forse stava solo sognando.
Le mani persero la presa sul volante, che cominciò a girare da solo, portando l’auto sempre più vicina al margine del ponte. Sempre più vicina…sempre più vicina…
Paolo voleva riaprire gli occhi  e quando ci riuscì, gli abbaglianti dell’auto dietro di lui lo accecarono costringendolo a chiuderli di nuovo.
La macchina poi cominciò a strisciare contro la ringhiera del ponte, la quale non resistette a lungo. Alla prima falla l’auto precipitò nell’acqua. Paolo ormai dormiva, ma si agitava, senza capire dove fosse, cosa facesse. Attorno a lui solo silenzio. Non una macchina, non una persona. L’unico rumore fu quello dell’auto che si tuffò nel lago, rompendo la tavola piatta sulla superficie e creando grandi onde.
E mentre colava a picco, l’acqua si insinuava all’interno, occupando ogni minimo spazio, anche nei vestiti di Paolo. Quando riprese un attimo conoscenze cercò di uscire dalla macchina, ma era troppo tardi; l’acqua ormai gli aveva invaso le narici, la bocca, i polmoni, spezzandogli il respiro. Paolo si arrese e smise di dimenarsi. L’ultimo oggetto che vide nel suo ultimomomento di lucidità fu il rossetto di Katia, che era scivolato dal cruscotto sul tappetino del passeggero e adesso gli ammiccava luccicando.
“Katia….” fu il suo ultimo pensiero quasi razionale “…il rossetto…l’ha dimenticato..”
Poi chiuse gli occhi. Per l’ultima volta.

Equinozio d’autunno

Equinozio d’autunno

Il temporale all’orizzonte minacciava la costa del suo arrivo. Il cielo era di un blu intenso e profondo e ogni tanto i lampi ne aprivano un varco arancione che durava qualche millesimo di secondo. Karen spense la sigaretta nella sabbia e si portò le gambe al petto. La prima sigaretta da ventenne, pensò. Dietro di lei, attorno al fuoco spento, dormivano i suoi amici e probabilmente qualche sconosciuto attirato dalla musica e dal falò. La sua festa ormai era diventata una specie di rito, un modo per salutare l’estate. Che poi in realtà, l’estate finiva davvero quel giorno. 23 settembre, equinozio d’autunno. Così da pochi anni era cominciata quella tradizione: nel tardo pomeriggio, Karen e qualche amico arrivavano sulla spiaggia carichi di roba da mangiare e da bere; poco dopo li raggiungeva Davide con la strumentazione e la ragazza di turno. Quell’anno era Eleonora. Ogni volta giurava che sarebbe stato per sempre, ogni volta cambiava idea.
Alle dieci, quando tutto era pronto, la gente cominciava a venire e allo stesso tempo la musica si faceva più alta.
Karen osservava i volti assopiti, arrossati dal fuoco e da qualche birra in più; molti di quelli li aveva visti cambiare insieme a lei, altri si aggiungevano di anno in anno, e la cosa non le dispiaceva. Vittoria scivolò silenziosa al suo fianco. Sulle spalle portava ancora il telo, convinta per tutta la serata di essere un’eroina facendo divertire un po’ tutti. Vittoria, la sua amica di sempre. Non si conoscevano dall’infanzia, non erano “amiche di sempre” in quel senso; semplicemente Vittoria l’aveva fermata un giorno nei corridoi del loro liceo. Con la sua solita schiettezza aveva detto qualcosa tipo “per piacere, aiutami ad attaccare questi volantini ché da sola non ci riesco” e Karen, colpita da quella richiesta improvvisa, la aiutò. Ci volle un po’ di tempo prima che diventassero davvero amiche, ma poi era chiaro che l’amicizia sarebbe andata avanti per sempre. Era quello il senso.
«A che pensi?»  chiese Vittoria.
«A tutto» rispose Karen.
«Wow. E cosa c’è in questo tutto?»
«Tutto. Ci sei tu, ci sono io. C’è il cielo, il temporale in arrivo, il mare immenso. Ci sono tutti loro che dormono. C’è mia sorella che dorme anche lei, nel suo letto. Ma so bene che sta già aspettando che ritorni per raccontarle la serata»
Le due ragazze fissarono il vuoto per qualche secondo, ognuna persa nei propri pensieri.
«E poi ci sono i tuoi vent’anni» riprese Vittoria, dandole una leggera spallata.
«Sì. E poi ci sono i miei vent’anni, tondi tondi» Karen sorrideva, un sorriso un po’ incerto.
«Ti spaventano?»
«Ancora, sì. È più forte di me, non riesco a farne a meno.  Però dura solo un giorno, questo giorno. È come se ogni volta che compio gli anni, mi arrivi un pacco posta direttamente dal cielo e cada dritto dritto sulle spalle. È pesante, grosso e tutto bianco. Nelle ore in cui lo porto sulla schiena, solo in quelle, sento tutta la sua enorme massa che mi schiaccia; e ovviamente di anno in anno è sempre più pesante. Ed ho paura di non riuscire a reggerlo questo fardello. O forse ho paura di non riuscire a reggere lo scorrere del tempo. Troppo rapido per me, per i miei ritmi. Di conseguenza sono costretta ad aggrapparmi ai secondi per non perderli, a scattare mille foto per gustare più a lungo il sapore di quel momento, a cantare vecchie canzoni per non dimenticare gli anni passati..»
«A conservare la collezione delle barbie nella tua cameretta per sentirti ancora piccola» la interruppe Vittoria, pensando alle bambole dell’amica disposte tutte in fila sulla mensola della sua stanza, di fronte al letto.
Karen sorrise poggiando la testa tra le ginocchia, poi riprese «Sì, devo fare anche quello. La mia infanzia è una fra le cose più care che ho e mi riesce molto difficile staccarmene»
Cadde un breve attimo di silenzio. Le onde avevano cominciato a lambire la sabbia con più insistenza, ma erano ancora silenziose. Intanto le nuvole rigonfie avevano occupato il cielo e ora sgomitavano tra loro cercando di farsi spazio.
«Secondo me esageri» disse Vittoria «Voglio dire, dopotutto non hai mica 60 anni. Ne hai molto meno della metà. Hai tutto il tempo per fare ciò che desideri. Puoi continuare ad essere piccola, e piano piano, imparare a crescere. Stai vivendo, stiamo vivendo, questi anni nel modo giusto. Pensare al tempo che passa serve solo a farti fare le cose più in fretta, ed è sbagliato, perché è così che non godi ogni momento della tua vita. Hai solo 20 anni, sei ancora piccola» e sorrise come al suo solito. Un sorriso troppo irresistibile per non riuscire a far stare meglio Karen, la quale capì che in fondo la sua amica aveva ragione.
«Mmm giusto. In fin dei conti, se ti obbligo ancora a spazzolare i capelli delle mie barbie, ci dev’essere un motivo» fece una linguaccia; Vittoria sbuffò scherzosamente, fingendo di essere stanca di quella storia.
«Ma ragazzi! qui piove!» esclamò Eleonora facendo capolino da sotto il telo.
Karen e Vittoria alzarono istintivamente lo sguardo e distesero le mani al cielo. Piccole gocce caddero delicatamente sulla pelle. Tutti gli amici si svegliarono con le facce imbronciate dal sonno, un po’ imbambolati. Poi la pioggia, quasi per destarli meglio, cominciò a picchiare forte sulla sabbia e sulla loro roba. Allora si alzarono velocemente raccogliendo il più in fretta possibile i loro zaini.
«Karen, guarda che ha combinato il tuo compleanno!» urlò Davide mentre si portava dietro le casse.
Con i capelli bagnati attaccati al viso, corse con gli altri verso la macchina. Arrivata al marciapiede, si rigirò a guardare il mare agitato e un sole quasi inesistente, appena spuntato. Pensò che l’estate era stata puntuale nel fare le valigie e lasciare il posto alla prossima stagione. Così come lei si riscoprì “puntuale” a vivere la sua vita, senza correre né trascinarsi. Salutò con un ultimo sorriso quella spiaggia un po’ triste.
«Ma che dici, è solo che quest’anno l’autunno ha voluto un’entrata trionfale!» replicò a Davide. Poi marciò serena verso i suoi vent’anni.

Istantanee

Istantanee

Ballavano soli nella soffitta. La solita penombra nella stanza. Ellen teneva la guancia poggiata sul suo petto e sorrideva, un po’ imbarazzata, un po’ sorpresa. Adam la cingeva per i fianchi, era molto sciolto nell’ondeggiare a ritmo di musica. Su quel disco c’era solo quella canzone, che lui amava. Per questo di tanto in tanto l’ascoltava e ri-ascoltava di continuo. Mentre giravano, fingeva di canticchiare il testo che, nonostante tutto, non conosceva. Era convinto che se avesse imparato le parole, l’intera canzone avrebbe perso tutto il senso di meraviglia che si portava dietro ogni volta. Quel pomeriggio erano seduti vicino alla finestra, a guardare le nuvole grigie cariche di pioggia; poi di scatto Adam si alzò dirigendosi verso lo stereo, lo accese, e tornò da Ellen. La sollevò dal pavimento e cominciarono a ballare. Seguivano sempre lo stesso movimento circolare, senza mai cambiare il ritmo. Ellen non smetteva di sorridere e una sensazione di sicurezza la pervase. Sicurezza dettata sia da Adam, sia dalla soffitta, che era come un mondo a sé. Alzò gli occhi verso il suo sguardo e si sentì incredibilmente piccola. Adam le lasciò una mano facendola volteggiare su sé stessa, con aria da perfetto gentiluomo. Lei, di tutta risposta sollevò le punte dei piedi e, dopo il delicato giro, ritornò a stringersi tra le sue braccia. Poi, ancora in punta di piedi, gli rubò un piccolo bacio sulle labbra e infine ripoggiò la testa al petto. Sentiva il battito del suo cuore, calmo come il corpo che lo ospitava. Adam nel frattempo socchiuse gli occhi e respirò l’intenso profumo dei suoi capelli. Mai ne aveva sentito uno così strano: sapeva di terra umida, fresca; e ogni volta si figurava i campi o i prati che potevano avere quell’odore. Forse, pensava, Ellen portava con sé il profumo del suo paese, di cui mai niente aveva saputo. O forse era l’odore di tutte le strade che aveva attraversato per raggiungere la sua città, per raggiungere lui. La canzone era ormai finita, si sentiva solo il ronzio del disco che girava invano nello stereo. I due ora seguivano il ritmo scandito dalla pioggia che da poco aveva cominciato la sua caduta. Dopo un po’ Adam strinse più forte i fianchi di Ellen fino a fermare il movimento. Rimasero un po’ così, al centro della camera, a fissarsi negli occhi. Adam, ritornando in sé, abbandonò i suoi fianchi e le fece un inchino. Ellen ricambiò il gesto incrociando le gambe e piegandosi leggermente. Entrambi cominciarono a ridere per la surrealità del momento, così tornarono a sedersi sotto la finestra, a guardare la pioggia scendere senza che potesse sfiorarli.

In ogni atomo

In ogni atomo

Calipso vuole un altro corpo. Calipso è stanca del suo, si sente imprigionata, le manca l’aria. In realtà Calipso non vuole nemmeno un corpo. Vuole solo esistere. Esistere e pensare. Piangere senza versare lacrime e ridere senza  contrarre alcun muscolo. Desidera essere uno spirito, una semplice essenza. Così potrà confondersi col vento e correre dove più le piace. Poi soffierà sull’erba per vedere come gli steli si piegano gentilmente.
E potrà bruciare nel fuoco, diventare cenere e salire al cielo, che quando c’è un falò, è sempre più blu del solito. Si perderà nel manto stellato e rimarrà ad osservare da lontano le migliaia di vite sotto di sé. Cercherà anche di capirle magari, ma non è facile decifrare i pensieri di un uomo. Allora si tufferà a capofitto nell’oceano, e si lascerà trasportare dalle onde calme e tumultuose fino a quando, arrivata in riva, non lambirà la spiaggia sotto le prime luci del sole. Smetterà di accarezzare la sabbia quando i raggi lunari si rifletteranno su di essa. Successivamente striscerà nella terra, sotto il fango, sotto le radici, penetrando nelle sue viscere per giungere al centro. Il battito del mondo farà tremare tutto intorno, ma sarà troppo lontano per essere percepito in superficie; e ognuno morirà senza conoscere quella pulsazione, senza conoscere la vera vita, senza comprendere la natura. Calipso rimarrà immersa nella lava per un po’, poi riaffiorerà sulla terra nella gemma di una foglia e resterà così, in silenzio, ad ascoltare le conversazioni della gente che distrattamente si poggia al tronco del suo albero.
Il tempo scorrerà lentamente, scivolando sui minuti e sulle ore; Calipso avrà attraversato altre infinite anime, nutrendosi continuamente della loro essenza.
Ma un giorno forse, gareggiando contro il vento, sorvolerà di nuovo sul suo corpo e ne sentirà nostalgia. Ritornerà nella pelle e nella carne. Il suo sangue fluirà come la linfa negli alberi, il cuore batterà come il centro della terra, il suo tocco sarà delicato come l’acqua, il respiro leggero come il vento. L’anima calda come il fuoco. Mille vite dimoreranno nel corpo di Calipso.
In fondo, ciò che vuole, è imparare a esistere.

Verranno a chiederti del nostro amore

Verranno a chiederti del nostro amore

E tu di’ loro che è un amore profondo, che ha trovato terreno fertile per crescere e aumentare. Come un bocciolo fragile e delicato all’interno del quale si nascondono meraviglie; meraviglie che lentamente fioriscono nutrite da una carezza, un abbraccio, un bacio. E giorno per giorno un petalo si schiude, pronto e fiero di mostrare il suo candore. Così il bocciolo si trasforma in uno splendido fiore, accarezzato dal sole e cullato dal vento. E le farfalle leggere saranno attirate dal profumo inebriante di questo amore, che investe tutto ciò che incontra sul suo percorso. Poi assaporeranno la dolcezza del polline e lo spargeranno su tutti gli altri fiori, in posti lontani che probabilmente nemmeno noi raggiungeremo mai.
Prova a spiegare la grandezza di tale sentimento e quanto può diventare incontrollabile, incontenibile. Il modo in cui diventa elemento fondamentale della vita, l’essenza che permette all’organismo di continuare a funzionare. La lente che colora i paesaggi e da’ un senso nuovo alle giornate. La ragione dei respiri, il motivo delle azioni. Il costante pensiero di giorno, il sogno fisso di notte.
Descrivi il sorriso che ti accoglie dopo una lunga attesa, la carezza che lascia il brivido sulla schiena. Le parole sussurrate a bassa voce, per paura che si confondessero con quelle banali e vuote della gente. I momenti passati ad ascoltare i battiti del cuore, le ore della notte trascorse con le dita intrecciate, gli abbracci di prima mattina. E ancora i pomeriggi distesi sull’erba, e le sere sulla sabbia. Poi le risate, le canzoni, le storie inventate al momento..
Verranno a chiedermi del nostro amore, che mi ha cambiato, mi ha protetto. Mi ha reso una persona migliore, mi ha educato. Mi ha fatto capire che in qualche modo, in un’altra dimensione magari, c’è davvero qualcosa che dura per sempre. Ed io, ora, ci credo.
Verranno a chiederci del nostro amore; e lo adoreranno, criticheranno, invidieranno, apprezzeranno. Qualcuno potrà persino tentare di distruggerlo. Ma noi, difesi dal fiore, ci nutriremo ancora del nostro amore. Poi un giorno l’eternità lo accoglierà nel suo mondo, e fluttuando nello spazio continueremo ad amarci.

Corpo celeste

Corpo celeste

Visto da qui lo spazio sembra immobile
Come in attesa che cada qualcosa in più.
Crateri che io non avevo visto mai
Dove si annidano i demoni e gli angeli.
Oggi io e te siamo comete instabili,
Luci intrecciate che fendono oscurità.
Le tue braccia io riscalderò
Finché avrò fiato
Io soffierò via le tue nuvole.
Tra tempeste ed eclissi,
Le galassie e i riflussi,
Tra deserti e ghiacciai
Il mio sole, il mio sole, il mio sole
Sarai.
E sono qui a immaginare anche per noi
Un tempo sospeso
Un frammento di eternità.
Quanto di te
Per sempre acceso viaggerà.
Le curvature del tempo
Ci attendono.
Ma se adesso tu
Resti con me finché avrò fiato,
Soffierò via le tue nuvole.
Tra tempeste ed eclissi,
Le galassie e i riflussi,
Nei crepuscoli so
Che il tuo sole, il tuo sole, il tuo sole sarò.

E Calipso in un attimo entrò in contatto con l’universo. Furono solo pochi secondi in cui lei si perse nel suo sguardo per poi trovarsi catapultata nello spazio, sospesa tra migliaia di stelle, galassie e pianeti. Attraverso quegli occhi calmi e iridescenti Calipso arrivava a sfiorare l’anima del mondo e le sembrava di entrare in uno stato di inconsistenza in cui lei poteva vedere e osservare tutto ciò che di più meraviglioso esistesse

Era una dolce, folgorante sensazione di annientamento. I suoi occhi erano in grado di lasciarla inerme, di annullare ogni sua volontà; e lei si arrendeva docilmente ammaliata dal potere di quello sguardo profondo. Niente esisteva quando gli occhi di Calipso collidevano con quelli di Ares; tutto perdeva forma e colore fino a confondersi e dissolversi. Così finiva nel cosmo,da dove scrutava l’infinito e l’eternità. E nuotava sospesa nel nulla, senza forza di gravità. Nessuna legge lì, nessuna legge se non quella del silenzio. Il silenzio denso che le riempiva la mente e le acquietava i pensieri. Calipso lasciava che il silenzio le invadesse il corpo e si rilassava. Continuava a sorvolare gli innumerevoli mondi, solcava i deserti, attraversava le dimensioni. Si perdeva nelle costellazioni, volava accanto alle comete.

La sua mano la sfiorò e di colpo ogni cosa prese il suo posto. Calipso si ritrovò a fissare i suoi occhi dorati immersa nel suo abbraccio. Con le dita percorse la linea delle sopracciglia nere, seguì la curva degli zigomi e infine si posò sulle labbra. – Perché sorridi? – le chiese. Calipso rimase ancora qualche secondo immobile ad osservarlo con le labbra inarcate e gli occhi socchiusi, mentre cercava di interpretare quel suo sorriso improvviso. Più lo guardava, più desiderava di poter entrare ancora in contatto con l’universo. Più lo guardava, più sentiva che gli sarebbe appartenuta per sempre. Più lo guardava, più lo stringeva.

Niente, rispose, ti amo.


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