Il tuffo

Il tuffo

Katia chiuse la portiera e si tuffò sul sedile, distendendosi un po’. Paolo era già al voltante, la musica gli rimbombava ancora nella testa.
Al finestrino si avvicinò Luca, un po’ brillo, e disse: “Cornetto in via Piave? Offro io”. Con un’occhiata di intesa Paolo e Katia accettarono la sua proposta.
“Bene, allora ci vediamo direttamente lì” concluse Luca, e si diresse fischiettando verso la sua auto.
Paolo partì, l’orologio sul cruscotto lampeggiava le 4.23; Katia si mise a sedere: “Questa festa mi ha distrutta, non mi alzerò mai in tempo per la lezione domani”. Poi abbassò il parasole e si guardò allo specchio. “Ma come sono conciata?” chiese più a se stessa che a Paolo, il quale le rispose con un sorriso stanco. Ciuffi di capelli biondi le fuoriuscivano dalla treccia impeccabile di qualche ora prima; la matita nera aveva formato un alone nero sulle palpebre.
“E i miei occhi! Guarda i miei occhi!” esclamò a Paolo.
“Dai su, sembri solo un piccolo panda” le disse, e rise con un po’ più di forza. Era visibilmente stanco. Katia si finse offesa per un momento, in seguito riprese a guardarsi allo specchio. Il rosso intenso del rossetto era svanito dalle sue labbra, consumatosi ormai sulle  guance e le mani di Paolo, così prese la borsa tirando fuori il rossetto. Lo ripassò accuratamente sulla bocca, fermandosi ogni volta che Paolo beccava in pieno una buca sulla strada. Guardò la sua piccola opera mordendosi il labbro e poggiò il rossetto sul cruscotto. Infine si ripulì le palpebre, e gli occhi chiari spuntarono di nuovo fuori.
Paolo le lanciò un rapido sguardo e commentò: “Ora va molto meglio”. Lei gli strinse la mano che teneva sul cambio e sorrise: “Grazie tesoro.”
Luca era già al bar quando Paolo e Katia arrivarono. Sul tavolino fumavano tre cornetti appena sfornati; l’odore di crema e cioccolato era diffuso in tutto il locale, le luci basse creavano un’atmosfera molto accogliente. I tre amici gustarono lentamente i loro cornetti, discutendo di tanto in tanto della festa.
“Direi che questa serata si può concludere così, no?” esordì Katia, e interpretò gli sguardi un po’ assopiti dei due ragazzi come un cenno affermativo. Poi, rivolgendosi a Paolo, continuò: “Vuoi che guidi io? Sei molto stanco”. Paolo, tentando di sembrare più sveglio, rispose “Non preoccuparti, ti porterò a casa sana e salva”. Quindi si salutarono per l’ultima volta e tornarono in auto.
Il viaggio dal bar fino a casa di Katia fu tranquillo, silenzioso. Lei quasi dormiva sul sedile; quando scese dalla macchina prese la borsa e augurò la buonanotte a Paolo con un bacio sulle labbra.
Paolo aspettò che la sua ragazza chiudesse il portone dietro di sé, poi ripartì. Teneva un’andatura lenta, rilassante. Decise che la radio poteva tenergli compagnia, così la accese e cominciò a canticchiare. Girò in direzione del lago, come al suo solito, per guardare il riflesso della luna nell’acqua scura, densa, profonda.
La luce opaca dei lampioni lo seguiva rimanendo sempre un passo indietro. Paolo la fissò per un attimo ipnotizzato, sentendo la fiacchezza avanzare sempre più, fino a rendergli pesanti le palpebre. Allora si concentrò di più sulla strada. Strinse le mani al volante e spalancò gli occhi. Di nuovo la vista si annebbiò per un momento ma una fossa nel terreno sabbioso che costeggiava il lago lo fece sobbalzare, richiamandolo all’attenzione. Girò ancora verso il ponte che divideva a metà il lago. Le macchine che vagavano per la città erano poche, sembravano passerotti in cerca della strada per tornare al loro nido. Di tanto in tanto uno schiamazzo rompeva la quiete che aleggiava sull’acqua piatta.
All’improvviso però un silenzio quasi surreale circondò interamente Paolo, il quale non era più in grado di governare il suo corpo, e seppure tentava di opporsi, era inutile. Chinò la testa e gli occhi gli si chiusero per un attimo; quando li riaprì si accorse senza un minimo di razionalità che la ringhiera del ponte gli stava andando incontro. O era lui che andava incontro alla ringhiera? Aveva perso ogni  briciola di lucidità, il sonno ormai aveva preso il sopravvento. Gli sembrava che tutto si svolgesse al rallentatore e lui era solo lo spettatore di un sogno. Sì, forse stava solo sognando.
Le mani persero la presa sul volante, che cominciò a girare da solo, portando l’auto sempre più vicina al margine del ponte. Sempre più vicina…sempre più vicina…
Paolo voleva riaprire gli occhi  e quando ci riuscì, gli abbaglianti dell’auto dietro di lui lo accecarono costringendolo a chiuderli di nuovo.
La macchina poi cominciò a strisciare contro la ringhiera del ponte, la quale non resistette a lungo. Alla prima falla l’auto precipitò nell’acqua. Paolo ormai dormiva, ma si agitava, senza capire dove fosse, cosa facesse. Attorno a lui solo silenzio. Non una macchina, non una persona. L’unico rumore fu quello dell’auto che si tuffò nel lago, rompendo la tavola piatta sulla superficie e creando grandi onde.
E mentre colava a picco, l’acqua si insinuava all’interno, occupando ogni minimo spazio, anche nei vestiti di Paolo. Quando riprese un attimo conoscenze cercò di uscire dalla macchina, ma era troppo tardi; l’acqua ormai gli aveva invaso le narici, la bocca, i polmoni, spezzandogli il respiro. Paolo si arrese e smise di dimenarsi. L’ultimo oggetto che vide nel suo ultimomomento di lucidità fu il rossetto di Katia, che era scivolato dal cruscotto sul tappetino del passeggero e adesso gli ammiccava luccicando.
“Katia….” fu il suo ultimo pensiero quasi razionale “…il rossetto…l’ha dimenticato..”
Poi chiuse gli occhi. Per l’ultima volta.

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